Il Premio Galilei è internazionalmente conosciuto come una delle manifestazioni culturali più importanti d'Europa e si fonda solo su adesioni volontarie, specialmente, ma non esclusivamente, dei Rotary Club e dei Rotariani. 


Commemorazione del Prof. Tristano Bolelli [06 ott 11 11:10 scritto da Fondazione Premio Galilei]

Questa cerimonia, associata al nome di Tristano Bolelli, spiega nella maniera più diretta e immediata perché oggi celebriamo la sua figura di rotariano. Tristano Bolelli, rotariano del Club di Pisa, è stato presidente del Club nel biennio 1958-1959 e 1959-1960, governatore dell’allora distretto 188 per due mandati (1960-1961; 1961-1962), Director del Rotary International nel biennio 1965-1966 e 1966-1967; nell’anno 1967 ha ricoperto la carica di Vice-Presidente del Rotary International.
Bolelli ci ha lasciati 10 anni fa, eppure il suo ricordo è ancora vivo in tutti noi e continua a suscitare quel sentimento di gratitudine che si deve avere verso i maestri. Egli può essere annoverato a giusto titolo fra i protagonisti della storia del Rotary nel nostro paese. Ma quali sono stati i cardini del suo pensiero e della sua azione, e qual è il significato più profondo dell’eredità che ci lascia?
Quando Bolelli fu cooptato nel club di Pisa agli inizi degli anni ’50 del secolo passato, il Rotary italiano stava vivendo un periodo felice, di grande espansione, dopo la ricostituzione del sodalizio avvenuta nell’immediato dopoguerra. In fondo, il Rotary era un’istituzione ancora giovane, che era nata, grazie all’intuizione di Paul Harris, meno di cinquant’anni prima, nell’era cosiddetta progressiva iniziata con Theodor Roosvelt, e manteneva quella carica di vitalità e di novità, quella spinta verso la ricerca di una migliore definizione degli obiettivi che è propria degli organismi nella fase del loro sviluppo.
Durante questo primo cinquantennio della vita del Rotary, la filosofia del «service» e del «profit», che guidava l’azione e l’impegno dei rotariani nella società, aveva subito una certa evoluzione, legata proprio allo sviluppo e all’espansione del sodalizio in paesi diversi da quello d’origine. Il primo motto del Rotary : He profits most who serves best risentiva della concezione del profitto propria dello spirito pragmatico della mentalità nord-americana, dove è sempre stato vivo il retaggio dell’etica calvinista e puritana. Il profitto materiale non era demonizzato, anzi la prosperità economia era vista come il segno di un servizio reso alla società. Ma questa concezione non poteva soddisfare altre mentalità,in particolare quella dei paesi latini, cattolici. Proprio nel 1950, alla Convention di Detroit, il motto subisce una reinterpretazione estensiva: il profitto viene identificato non più e soltanto con il guadagno materiale, ma anche con «la serenità e la soddisfazione dello spirito e del cuore».
Il dilemma «service»- «profit» si presentava così stemperato in una concezione che affascinava imprenditori, professionisti, uomini di cultura, di varia estrazione e provenienza, desiderosi di dare un contributo alla nascita di un mondo che si voleva nuovo dopo gli orrori della guerra. Bolelli aderì al Rotary proprio in quegli anni. Erano gli anni del boom economico, del «miracolo italiano», come fu definito. L’Italia si stava trasformando velocemente. L’industria sorpassava l’agricoltura. Nuove aspettative suscitava l’apertura del mercato europeo. Cambia in questo periodo anche la fisionomia del Rotary italiano rispetto al periodo anteguerra: i club, che all’origine erano concentrati soprattutto nelle aree industriali del Nord-Italia, si distribuiscono uniformemente in tutto il territorio. In 10 anni l’espansione del Rotary registra un incremento del 280%.
I Rotariani fornirono in quegli anni un grande contributo di idee e di professionalità a questo processo di modernizzazione del paese, ponendo al centro dei dibattiti che avevano luogo nelle loro riunioni i grandi problemi economici, soprattutto quelli che riguardavano le strutture e le infrastrutture (autostrade, piani regolatori ecc.) che venivano consolidando le basi di una nuova prosperità, e intervennero con azioni concrete in campo sociale. Ma non era soltanto l’economia al centro dell’impegno dei rotariani. Fin dai primordi i Rotary club italiani si erano prodigati per la difesa del patrimonio artistico: il Club di Roma avrebbe dato qualche tempo dopo un esempio eclatante di questo impegno, provvedendo al restauro del complesso dell’Ara Pacis. Nel 1947 il Rotary International aveva lanciato un programma, il primo ad essere finanziato dalla Rotary Foundation: quello delle borse di studio. I rotariani italiani avevano súbito aderito con entusiasmo a questo programma. L’azione di servizio che connota forse nella misura più qualificante l’impegno dei Rotary italiani in quegli anni fu il contributo dato alla realizzazione della Maison d’Italie nella Cité Universitaire di Parigi.
In questa linea dell’attività di servizio rotariana si inserisce l’opera di Bolelli. Anche dopo il suo governatorato continuò a dedicare energia ed entusiasmo al programma delle borse di studio, nel quale vedeva uno straordinario strumento che favoriva il confronto delle culture nazionali e l’affermazione di uno spirito internazionale di tolleranza e comprensione. Promosse iniziative volte alla formazione culturale dei giovani, come quella (che ebbe grande successo presso studenti e insegnanti), consistente nella pubblicazione di un opuscolo: Cento libri. Proposte di una biblioteca ideale per diciottenni, e il suo gemello: Letture scientiche. Per dare attuazione a questa iniziativa, Bolelli, accademico dei Lincei e Presidente della Commissione Cultura dei distretti italiani, si rivolse ad alcuni illustri studiosi, rotariani e non rotariani, in gran parte suoi consoci nell’Accademia, chiedendo a ciascuno di segnalare dieci opere fondamentali, di «quelle che hanno segnato il cammino dell’umanità», da proporre come letture a giovani ancora in formazione, e di motivare le ragioni delle loro scelte. Lo scopo era quello di educare questi giovani a un metodo di lettura critica, e di aiutarli quindi a ragionare, in un’epoca in cui i modelli culturali loro forniti erano troppo spesso «addirittura spregevoli». In queste proposte di lettura era insita l’esortazione a esercitare una virtù sempre più rara, quella dell’umiltà, con la coscienza che «tutto quello che si fa per conquistare un fondamento di certezza scientifica si trova alla fine di un percorso lungo e faticoso».
Il Rotary, quindi, come promotore di cultura. La più grande realizzazione di Bolelli in questo campo è il Premio Galilei, che continuiamo a celebrare da un cinquantennio. Egli stesso ci illustra il motivo che ne ispirò la creazione: «Io ho sempre sentito con ammirazione e partecipazione la grandezza degli uomini che hanno lasciato una reale impronta negli studi e a questo sentimento si deve la creazione del Premio Internazionale Galilei dei Rotary italiani che si propone di onorare quegli studiosi stranieri che con le loro opere hanno decisamente contribuito a far conoscere meglio la cultura e la scienza italiana».
Attraverso la concezione del Rotary come promotore di cultura, Bolelli fornisce un’interpretazione originale, ma nello stesso tempo pienamente aderente ai fondamenti della dottrina rotariana dei concetti di «service» e di «profit», nella sua interpretazione estensiva, legati da quel rapporto, come abbiamo visto, che era andato precisandosi negli anni dell’immediato dopoguerra.
È del tutto superfluo sottolineare che Bolelli non escludeva altre concezioni del servizio, nel campo del pubblico interesse e in quello umanitario: egli si impegnò con passione anche in questi settori. Ma la concezione del servizio attraverso la cultura gli era particolarmente congeniale. Egli si sforzò, con successo, di dare a questa concezione anche un fondamento teorico, nel quale si riflettono in larga misura i valori fondanti del Rotary. Egli sintetizzò la sua concezione della cultura in una dichiarazione, da lui stesso presentata con il titolo: Proposta di una carta rotariana della cultura. Bolelli vi afferma con forza e convinzione alcuni principi fondamentali: «la cultura rifiuta ogni strumentalizazione e si sottrae ad ogni condizionamento per mirare soltanto alla ricerca della verità, al bene comune, alla diffusione del principio di solidarietà verso i più deboli, all’affermazione dei diritti umani, al rifiuto di ogni sopraffazione». E ancora: «Gli uomini di cultura che esprimono e praticano questi principi credono nella forza dell’esempio e lasciano un non meschino ricordo di sé ai giovani, che hanno bisogno di parole chiare e di comportamenti non ambigui in ogni circostanza della vita pubblica e privata».
In queste affermazioni è racchiuso il messaggio rotariano più autentico e duraturo di Tristano Bolelli. Parafrasando quello che un grande storico contemporaneo diceva a proposito degli storici, possiamo dire a proposito dei rotariani: degni rotariani sono quelli che sanno interpretare con rigore e coscienza i principi del Rotary; un rotariano grande è quello che sa trovare e indicare nuove vie di servizio non viste prima.
Umberto Laffi




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